Asili nido e PNRR: la sfida dei Comuni tra ambizioni disattese e ritardi sistemici

È stato pubblicato il nuovo bando del Ministero dell’Istruzione e del Merito per il finanziamento di nuovi asili nido, con una dotazione di circa 819 milioni di euro. I Comuni potranno presentare manifestazione di interesse fino al 3 aprile 2025, per interventi di costruzione o riconversione di edifici pubblici, con l’obiettivo di contribuire al raggiungimento dei target europei sull’offerta educativa per la prima infanzia.

Una nuova occasione per gli enti locali, ma che arriva in un contesto segnato da ritardi, difficoltà operative e obiettivi ridimensionati. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) aveva infatti previsto, nella sua formulazione iniziale, la realizzazione di oltre 264.000 nuovi posti tra asili nido e scuole dell’infanzia. Ma con la revisione approvata a fine 2023, il target è sceso a 150.480 posti, e i fondi europei sono stati ridotti da 4,6 a 3,24 miliardi di euro, compensati solo parzialmente da risorse nazionali.

Il problema non riguarda solo la quantità delle risorse, ma soprattutto le modalità con cui sono state distribuite e attuate. I primi bandi hanno visto una partecipazione molto debole da parte dei Comuni delle aree più svantaggiate, che spesso non hanno presentato progettualità per mancanza di personale tecnico o risorse gestionali. I fondi sono così finiti in larga parte a territori già coperti, con il rischio di amplificare i divari invece di ridurli.

Ad oggi, secondo i dati ufficiali, solo il 25% delle risorse previste è stato effettivamente speso. Degli 1,7 miliardi che avrebbero dovuto essere utilizzati entro fine 2024, ne risultano investiti appena 816 milioni. Considerando i tempi medi di realizzazione delle opere pubbliche – circa 28 mesi – molti interventi sono in ritardo e rischiano di non essere completati entro la scadenza del giugno 2026, prevista dal PNRR.

La mancanza di fondi per la gestione ordinaria dei nuovi nidi è un altro nodo critico. Il PNRR ha finanziato strutture e lavori, ma non prevede risorse per il personale, l’apertura e la gestione delle attività educative. Secondo la CGIL, servirebbero almeno 2 miliardi l’anno per garantire il funzionamento degli asili pubblici e circa 45.000 educatori in più per raggiungere gli standard europei.

In questo contesto, il ruolo del Governo si è limitato a revisionare i numeri e spostare le risorse, ma senza offrire un reale supporto ai Comuni. Nessun meccanismo di accompagnamento è stato previsto per i territori più fragili, e il supporto tecnico-amministrativo è stato lasciato alla buona volontà delle singole Regioni.

Anche sul fronte della trasparenza si registrano difficoltà. Organizzazioni come Openpolis denunciano l’opacità dell’esecutivo nella diffusione dei dati relativi allo stato di attuazione dei progetti, rendendo difficile ogni tentativo di monitoraggio civico.

Il risultato è un quadro disomogeneo: alcune Regioni (come l’Umbria o il Lazio) potrebbero raggiungere la soglia del 45% di copertura dei servizi già entro il 2026, mentre altre (come Campania e Sicilia) restano indietro nonostante abbiano ricevuto quasi un quarto del totale dei fondi.

Infine, nei piccoli Comuni sotto i 500 abitanti – soprattutto quelli delle aree interne – oltre il 97% continua a non avere alcun servizio per la prima infanzia, a dimostrazione che l’attuale impostazione del Piano non è riuscita a garantire equità territoriale né giustizia sociale.

Senza un cambio di passo, e senza strumenti certi per sostenere i Comuni nella gestione a regime dei nuovi servizi, il rischio è quello di vedere strutture nuove ma chiuse, insegnanti assenti, e un altro obiettivo del PNRR mancato. Con i sindaci lasciati, ancora una volta, a gestire da soli le conseguenze di scelte centrali inefficaci.

Di Emanuele Bobbio, Direttore Ufficio Studi e Analisi di ALI