Il commento di Irene Manzi, Deputata della Repubblica, VII Commissione (Cultura, Scienza, Istruzione)

Ha compiuto quasi 54 anni la legge che il 6 dicembre 1971 istituì nel nostro Paese gli asili nido comunali. Si trattò a tutti gli effetti di una grande rivoluzione culturale che trasformò il prendersi cura delle bambine e dei bambini fino a 3 anni in un progetto sociale, una questione di interesse pubblico. Da allora il sistema si è evoluto, i servizi per l’infanzia sono usciti dalla dimensione esclusivamente assistenzialistica per diventare un diritto delle bambine e dei bambini all’apprendimento fin dalla nascita: ogni indagine dimostra, infatti, come gli investimenti precoci nella prima infanzia siano quelli a maggiore ritorno tra gli investimenti nello sviluppo della persona. La frequenza al nido è uno dei mezzi più efficaci per combattere la povertà educativa, prevenire i bassi rendimenti scolastici e contrastare la dispersione scolastica. Insomma, gli asili nido rappresentano una grande opportunità dal punto di vista sociale perché incidono positivamente sulla natalità e sull’occupazione femminile e, dal punto di vista educativo, rendendo le bambine e i bambini più strutturati ad affrontare il percorso scolastico. Questo è una conquista frutto dell’impegno di cittadini, amministratori, associazioni della società civile e della elaborazione culturale di pedagogisti, in collaborazione con insegnanti e genitori. Il problema strutturale di questo sistema è sempre stato quello relativo alla disomogeneità territoriale, con il servizio quasi assente in molte aree fragili e marginali che, invece, sarebbero quelle dove maggiore è l’esigenza di realizzare una rete strutturata di servizi per l’infanzia.  Proprio dalla consapevolezza di dover ridurre divari e disuguaglianze, ampliare l’offerta di asili nido e scuole dell’infanzia, garantendo un servizio educativo in linea con gli obiettivi europei, promuovere l’occupazione femminile, aiutare le famiglie e contrastare la denatalità, è stata aperta una specifica linea di investimento nel PNRR. Si è trattato di una scommessa, purtroppo, persa nell’attuazione del piano con una costante rimodulazione al ribasso dei posti complessivi di fatto dimezzati. Sono state, soprattutto, le realtà territoriali che avevano più bisogno del potenziamento dei posti a dovervi rinunciare. Uno studio pubblicato a gennaio dall’ufficio parlamentare di bilancio ha rilevato come nel complesso la piena realizzazione degli interventi finanziati dall’Europa, nonostante il cambio di strategia nell’assegnazione dei fondi, aumenterà le diseguaglianze nell’offerta dei servizi pubblici all’interno delle regioni stesse con l’81,45 dei territori che non aveva alcun asilo che continuerà a non averlo. Non a caso la legge di Bilancio del governo Draghi del 2022 finanziava progressivamente, proprio a partire dal 2022, l’incremento delle risorse per coprire il costo del servizio asili nido prevedendo , a decorrere dal 2027, lo stanziamento di risorse pari ad  1 miliardo e 100 milioni per arrivare alla copertura effettiva del 33% del servizio.  Previsione che proprio l’ultimo Piano strutturale di bilancio del governo Meloni sembra smentire nel momento in cui dichiara che i nidi devono avere una copertura del 15% a livello regionale e del 33% a livello nazionale e che si associa ai tagli disposti nell’ultima legge di bilancio a carico degli enti locali con conseguente difficoltà per gli stessi  di reperire fondi per la gestione degli asili a partire dal personale.

Mentre si disinveste sulla creazione di nuovi posti negli asili nido, si rischia di rendere quasi irraggiungibile l’obiettivo europeo del 45% di copertura dei servizi all’infanzia al 2030, con conseguenze gravi per la crescita e lo sviluppo del Paese .

Quella attuale è una situazione grave che, di fatto, compromette il fondamentale diritto di bambini e bambine a un percorso educativo di qualità sin dai primissimi mesi di vita, investimento fondamentale per il futuro dell’istruzione e del lavoro in Italia. Un Paese che non investe sui giovani muore.